The Honey Room

Fili di grafite, fili di cotone e zuccheri filati. Sulla pelle, su carta, su tessuto. Tra le mani di Annalisa Macagnino, la scatola nera dell’arte diviene The Honey Room: «stillano miele le labbra di una donna impura», com’è scritto nel Libro dei Proverbi. Uno sguardo intorno: suoni vicini e lontani fanno il solletico alle orecchie, dolcezze cruente appestano l’aria, stuzzicano il palato come gocce di cioccolato al peperoncino. Parole ovunque, si scrivono da sole in una lingua straniera che non è semplicemente un inglese melodico, è un innesto di gerghi politici, spettacolari, finanziari, amorosi. Pezzi di anime nude, impronte di membra pazienti, primi piani di cuori interagiscono e si mostrano, crudi quanto timidi, complici carnali di chi guarda: colui che solo può dare un senso, un significato interiore, privato. Due seni – un po’ occhi – ammiccano velati di pizzo candido e le lettere nere si stagliano su un ventre che non c’è; una linguaccia dà pestifere lezioni di economia bancaria, l’autoritratto infinito ha fibre e muscoli setosi di coda di topo, il romantico veliero irriverente solca acque di stoffa. Annalisa Macagnino parte dagli isolati volti del sé per approdare sull’inquieto immenso volto dell’altro; naviga in acque sensuali, sosta sulle rive delle esperienze, dei rapporti, delle sorprese quotidiane; riflette senza fretta e senza presunzione, dal particolare al generale, con candore e con forza. Un altro sguardo intorno: gradualmente per qualcuno si profila un’impressione spiazzante di eccentricità; taluni scorgono divertenti bagliori pop; per qualcun altro si levano venti sferzanti di rivoluzione. A conciliare gli animi, probabilmente, basta l’inconfondibile profumo di donna che sprigionano i disegni finissimi, gli acquerelli lievi, i ricami d’infanzia, le cuciture accurate; sorprendentemente vicini, nel tempo e nello spazio, ai secenteschi quadri ricamati in seta della leccese Marianna Elmo. L’autodifesa, prima di tutto, di una femminilità e di ogni femminilità da tutte le violenze, tattili o verbali, ugualmente antagoniste degli affetti: metafore ne sono gli arti mozzati e solitari, i frutti troppo maturi di una bellezza imposta, solidificati in schizzi sanguigni di minuziosi tocchi d’ago. L’autocritica, poi, passando per una fragilità stereotipata, che fa venir voglia di combattere l’avvenenza forzata e gli erotici deliri di onnipotenza, tra curve strizzate e promesse di schiavitù; consonanze sottili evocano le metamorfosi della Orlan, gli scarabocchi sul viso di Arnulf Rainer.

L’autoironia, infine, perché un sorriso scanzonato alleggerisca il pensiero; perché un dispetto di bambina liberi in cielo il palloncino gonfio di chi si prende sul serio.

Autore critica

Alessandra Guareschi

Pubblicazione

A. Guareschi, Annalisa Macagnino, The Honey Room, depliant della mostra (Lecce, Cantieri Teatrali Koreja, 19 novembre – 4 dicembre 2010), 2010

Data pubblicazione

2010