Me myself and I disegni, tele, ricami, wave of mutilation di Annalisa Macagnino

Agile con gli opposti, volutamente fragile con le certezze, l’immaginario di Annalisa Macagnino corre su un filo rosso di riflessioni istintive, che si annoda ai segni e alle parole.

 

Le tecniche variano, si moltiplicano nelle creazioni di oggi, ma hanno in comune un solido punto d’origine: il disegno, rete essenziale di tracce nette a contrasto sul vuoto e sul bianco, cui il colore, se c’è, si appoggia come una macchia arrotondata o come un sottile rigagnolo liquido. Grovigli armoniosi di linee spezzate, sciolte e dinoccolate danno forme e profili ai corpi e a pochi, pochissimi oggetti inanimati. Le linee piuttosto si mutano in testo, si annodano fitte e si stendono, poi, solitarie a incidere il candore del fondo. Acquerelli leggeri si spandono e gocciolano per illuminare tutto di rossi sanguigni o di colori che sanno di infanzia, di donna, di poster.

 

Dalla carta, il segno di Annalisa Macagnino migra, talvolta, sulla tela, sul cartone o sulla tavola, assecondando ciò che il caso le fa capitare tra le mani. Sulle superfici più estese, quelle dei supporti trovati, le impronte degli attimi colti sono piccoli aloni di umidità, scabrosità espressive, volute raffinatezze mancate. I segni di liberi gesti e le esplosioni spontanee di testo si innestano sugli interventi dal sapore pop, tra disegni realizzati con gli stencil e sovrapposizioni di materiali.

 

Minuziosi e caldi sono i ricami su tela e su carta. Il filo rosso del disegno si sublima, allora, nei filati rossi o neri di cotone, che trapassano le fibre naturali al seguito di un ago, tra le dita pazienti dell’artista. Dalla femminilità di una pratica artigianale, rispettosamente stravolta, il segno grafico può giungere alla dimensione opposta della perdita di ogni fisicità. Non più tattile, diviene immagine proiettata sulla parete, bagliore vibrante che nasce da un computer e da una tavoletta grafica, dove il tocco virtuale dell’artista cancella e crea, inonda e ripulisce tutto in un momento, colorando le volte degli ambienti con effimeri graffiti traboccanti di luce e di suoni.   

 

Un immaginario denso, quello di Annalisa Macagnino, in cui corti circuiti e déjà vu generano associazioni impreviste, che si evolvono e rimbalzano le une sulle altre. Ne discendono attimi elettrici di crudezza, istinti di rivolta violenta all’apparenza, limpidi raptus di delicatezza.                    

 

Femminile con crudezza, ribelle con garbo, infantile con imprudenza. Me myself and I: si comincia dal me, dall’io, da me stessa, dalla mia memoria, dai miei strati alterni di ansie e di sogni ricorrenti. Io bambina in fuga dai preconcetti, dal rigore impettito, dalle direzioni obbligatorie; io donna, amazzone contro le violenze, Giovanna D’Arco contro i piedi in testa. Contro la forza priva di bellezza, una donna sola si ingrandisce e si frammenta in pezzi minuti, si moltiplica fino a diventare tutte le donne del mondo.

 

Come in un quotidiano diario di segni, tracce e parole concordano e contrastano, galleggiano sulle acque tempestose della femminilità. Nelle prime carte, quelle del 2001, compaiono visi intensi, ritratti primordiali che evocano le maschere africane. Gli occhi e le labbra, però, si forano di filo spinato e mostrano cicatrici interiori, che le frecce pungenti guariscono col dolore. Il linguaggio del corpo valica il reale, affonda nei disegni e ricuce le ferite aperte. Un felino, di tanto in tanto, passa sul piano delle similitudini: la donna-gatto, passo felpato e solitario, si confronta con Ofelia e Giuditta, sfiora corone di spine che la rendono un’irrequieta principessa. Eva porge una grande mela con la mano e Dioniso risponde con una macchia di vino sul foglio innocente. 

 

Immagini variegate di violenze e vendette, di sacrifici e rimonte si accavallano mentre la musica gonfia la mente, le liriche si fermano sulla carta, oppure si incendiano per autodistruggersi, nascoste dietro neri scarabocchi. 

 

Un quadrato per bacino appare nel 2003, una donna che sta per spezzarsi, mentre un incrocio di linee le perfeziona il ventre. Il fantasma della donna oggetto ostenta se stesso, più cruento del previsto, meno docile grazie ad una zeppa, potenziato da un vestito rosso, che si squarcia dove non dovrebbe. Abiti stretti come i confini della sessualità, cadono e scoprono nudità moltiplicate all’infinito, che si curvano sotto il candore dell’anima. Un alone riscalda il segno grafico, l’acqua lo ravviva, lo confonde. E l’alone diventa una solitudine straniera, mentre il rosso si fa assorbire da spugnosi ritratti immaginari. Quella forse sono io, direbbe Annalisa Macagnino, e in quel forse stanno ondate impetuose di identità diverse, di sensibilità collettive. Il corpo si separa. Se ti tagliassero a pezzetti: tutto questo succederebbe. Grasse risate schizzerebbero sulla tela, qualche icona stancamente ossessiva declamerebbe le regole dell’educazione sentimentale. Lingue lunghe irridono, invitano e parlano di niente, lasciano che sia il sangue a dire ciò che è vero. I sensi prendono cinque direzioni diverse, rapiti dalle suggestioni di viaggi, da itinerari imprevedibili dentro di sé, sulle carte geografiche, lungo la storia dell’arte. Fioccano gli omaggi, le citazioni dettate dall’emozione di ritrovare nel proprio sentire sintonie senza tempo con altre mani, altre menti, altre vite.

 

Riflessi e bagliori tingono di sacro le immagini, che invecchiano e guadagnano un sapore dolce. I seni di Sant’Agata, gli occhi di Lucia, con Cristina, Barbara, Agnese, Apollonia: le sante e il martirio, contenuti a stento dai reliquiari, mentre storie di donne ciclicamente si rinnovano. Anima mutilata in corpo mutilato. Violazioni di volontà sanguinano come fossero modi di dire troppo reali. La testa si perde, quando qualcuno sega le gambe di un altro, come quando un gesto lega le mani, tarpa le ali, cuce la bocca. Attese di chissà cos passano negli anni, tra disegni sempre più netti e sempre più incerti; nuove canzoni passano dalle orecchie, germogliano dai cervelli e le radici restano solo due auricolari.

 

Busti forati prendono forma dal 2006, mai stanche cuciture tracciate con la penna gareggiano con quelle che l’ago impone alle stoffe incontrate per caso. Bacon, Orlan, Giotto, Rama, Arbus, Picasso, Emin danzano vorticosamente insieme. Denti solitari si dispongono in cerchio, mentre una donna con la corona d’oro, aspirante regina di se stessa, continua il cammino tra sorrisi e grovigli. Ricami infiammano l’intimità della biancheria: cuori crudi, pulsanti, anatomie di genitali e pennellate quasi organiche.

 

I graffi solcano la carta più pregiata, da un paio d’anni, la straziano di un passionale parlare per immagini. Gocce ricadono, pesano sul bianco, spuntano macchine da cucire, corpi si intrecciano, nudi si sfiorano per scongiurare nuove inevitabili mutilazioni e cancellazioni. Pensieri si autoritraggono allo specchio, quando gli ex voto subiscono una lenta metamorfosi: articoli da sexy-shop, banalizzazione di ciò che è parte di me. Altre labbra e altre lingue ancora chiedono se l’amore si possa mostrare, ripetono il verbo incantevole del potere: put your hands on your head. Inesorabile è la wave of mutilation: economia e commercio, pubblicità e progresso, interesse e consumo fanno sì che il corpo-giocattolo assuma tutte le forme possibili. Che ne resti danneggiato, non è importante. Che qualcuno lo salvi, è probabile.

 

Autore critica

Alessandra Guareschi

Pubblicazione

A. Guareschi, Me myself and I, disegni, tele, ricami, wave of mutilation di Annalisa Macagnino, in Me, myself and I, catalogo della mostra (Lecce, Spazio Sociale Zei, 28 aprile – 6 maggio 2010), s.d. s. l., 2010

Data pubblicazione

2010